Cervello in tilt

Un chirurgo pediatra si racconta

TI TOCCO IL CUORE: UN CHIRURGO PEDIATRA SI RACCONTA

23Gennaio2018

Dr.sa Alessia Bertocchini

Dopo oltre quindici anni dall’abilitazione alla professione, ho capito che la cosa più difficile del mio lavoro è conquistare la fiducia incondizionata dei genitori. Le alte competenze del professionista le dò per scontate. 

 

Avere la serenità dei genitori nell’affidamento totale del loro figlio è spesso più difficile da ottenere rispetto all’intervento tecnico. 

 

Questo è un problema cruciale, perché quello che i genitori sentono dentro, nonostante la fiducia tecnica congrua al conferimento dell’incarico, è un loro mondo di terrore, un disagio psicologico a volte completamente gratuito, che trasmettono inevitabilmente al bambino.

I genitori sono, loro malgrado, spesso motivo di ostacolo alle terapie, per il clima ansioso generato intorno ai figli. I bambini sono spugne e capiscono tutto, sia intellettualmente, sia per osmosi. 

 

Il problema di un pediatra o di un cardiochirurgo pediatra è che la sua concentrazione massimale è sul paziente, un paziente spesso incapace di descrivere sintomi o manifestarli in modo classico. 

Risolto con la forza delle competenze questo primo problema, sono profondamente consapevole che il paziente è uno, ma il disagio psicologico  è per tutti quelli che ruotano intorno al paziente. Sia nelle famiglie standard, sia nelle small families (cioè monogenitoriali), sia nelle famiglie geometria variabile (ossia scomposte e ricomposte per varie ragioni).

 

Il mio approccio ossessivo mirato al paziente mi ha impedito a lungo di dialogare in modo genuino ed empatico con i genitori. Pensavo di farlo. Mi sono sempre espressa con loro chiaramente su ogni aspetto della malattia, offrendo la mia costante reperibilità ventiquattro ore al giorno. Questo rassicurava i genitori, ma non bastava a instaurare quel particolare tipo di legame fiduciario che, paradossalmente, fa la differenza nel rapporto più della fiducia tecnica.

 

La fiducia tecnica è subito percepita, ma non la fiducia che ti consente un rilassamento psicologico significativo nei confronti della malattia di un figlio  e del professionista ha un suo codice.

 

Un medico ottiene con lo studio serrato la preparazione professionale che lo rende forte: in un attimo decide l’iter giusto da percorrere, dall’inizio alla fine, variabili ponderate incluse. È immune a tutto. A volte, prevede l’imprevedibile. Fai di quel bambino il tuo unico bambino da sempre. È una sensazione che cresce durante la tua formazione e che ogni trenta e lode potenzia. Ti dici: io sono questa. Lo dimostrano i voti, le statistiche di guarigione, i minimi drop out.

 

I libri però non mi hanno insegnato il codice per rendere tranquilli i genitori e l’importanza di ottenere la fiducia, per ridurre al minimo il disagio collettivo. 

 

Questa fiducia totale, non insegnata, né come valore, né come mezzi, te la devi andare a strappare con i denti; devi comprenderlo come valore primario; il mantra è imparare un doppio codice di comunicazione, basato sulla comprensione specifica di quello specifico nucleo familiare. 

 

L’umanità spiccata verso la necessità, l’assimilazione e l‘utilizzo di questo codice è intrinseca come valore di partenza, è scritta nel DNA di ciascuno di noi. Il lavoro di affinare questa abilità è però tutto da fare, con un monitoraggio costante dei feedback ottenuti in termini di volti distesi, di sorrisi non circostanziali e della sensazione a pelle, che loro ti hanno riconosciuto: non sei solo uno strumento di guarigione quasi perfetto, ma sei l’annullamento del loro disagio.

 

Questo tipo di abilità esistenziale, Tonino Guerra la descriveva come la estrema dolcezza del miele lungo la lama affilata di una spada. 

 

Parliamoci in termini molto chiari: io devo guarire il bambino e, aperto il suo torace e toccato il suo cuore con successo, è l’unica realtà che veramente conta e sulla quale io sono ferocemente concentrata. Questo è quello che fa e farà sempre la differenza per me. Ma non per loro, per tutto il tempo di malattia e convalescenza.

 

Resta quindi superficiale l’atteggiamento del pediatra o del chirurgo pediatrico, che pensa che l’unico obbligo sia sconfiggere le malattie; anche se mettono il figlio nelle mani sicure e risolutrici di un chirurgo, con un coltello in mano e davanti un angelo, incosciente, anestetizzato. 

Comprensibile presunzione, perché se ottieni il risultato in condizioni sempre di massima allerta, come quando apri un cuore, in quel momento, non “credi di essere Dio, sei Dio”. 

 

Usciti da questo giustificato senso di onnipotenza, si è portati a considerare il caso chiuso, anche se vengono comunque diramati bollettini medici continui dal pediatra ai genitori, nella disponibilità completa. 

 

Il punto è che non basta e lo percepisci bene: i genitori colgono il tuo valore tecnico e il tuo esserci sempre con estremo sollievo. Il loro disagio psicologico rimane invece inattaccabile dall’inizio del rapporto a molti mesi dopo la fine del rapporto.

 

Questo è il problema ulteriore da risolvere, visto che guarire o intervenire chirurgicamente in modo ineccepibile è dato per scontato da me e da loro.

Il disagio che i genitori provano è completamente paralizzante. Non riescono più a muovere un passo da un punto di vista cognitivo. Mi stupisco ancora come un medico alle prime armi, quando scopro che qualche genitore in ospedale non si ricorda il nome del chirurgo che ha operato suo figlio, come estremo segno di paralisi da disagio psicologico. 

 

Personalmente trasformerei il mio disagio in un chiarimento di competenze e vorrei sapere ogni dettaglio di quell'uomo-donna a cui affido mio figlio; ma non siamo tutti uguali. 

 

Conquistato il miele in cima alla spada e la fiducia incondizionata, si creano dei rapporti meravigliosi che durano anche quando il bambino non sarà più tale. Il successo nella mia professione non è più “soltanto" quello di guarire, ma di imparare il codice sensoriale che accompagna il genitore che ti ha affidato suo figlio e crede in te. 

 

Chi non si fida in questo modo sensoriale oltre che tecnico, vive un disagio estremo, perché vive nella paura, mentre dovrebbe fare orrore solo l’ignoranza di chi non conosce la materia. 

 

Il rapporto con il bambino è invece sempre molto più semplice. I bambini vanno a pelle se c'è sintonia, si fidano da subito senza sovrastrutture. Sono sinceri, senza barriere e se piangono un po' durante la visita è il loro modo di comunicare, va bene così. 

 

Un medico che cura bambini deve sapere comunicare in modo genuino su due piani: con il genitore e con il bambino, entrambi fondamentali. Il sistema di comunicazione si avvale ovviamente di due lingue diverse, che non si trovano come esame del corso di laurea. 

Ecco perché il disagio, nel mio lavoro si estende da 0 a 100 anni. Devi affrontare tecnicamente la malattia, la paura del bambino e il terrore dei genitori.

 

Nel corso della mia carriera, quando ho pensato che risolvere un caso fosse tutto, mi sono accorta che era il minimo sindacale richiesto. Mi sono quindi obbligata ad assumere altre competenze. Il mio attuale obbiettivo di crescita professionale è imparare ad intuire immediatamente entrambi i codici di comunicazione (bambini e genitori), perché questo contribuisce in modo determinante al buon esito del caso clinico: dalla diagnosi alla remissione completa.

 

POST SCRIPTUM

Raethia Corsini 

Questo Post Scriptum si rende necessario, perché se è vero che il disagio di cui abbiamo parlato è sempre esistito nei genitori con un bambino malato, le attuali realtà genitoriali sono comunque molto cambiate e il disagio va a colpire condizioni familiari diverse. 

 

I codici di cui parlava la dr.sa Bertocchini diventano quindi ancora più sofisticati e difficili da apprendere, a seconda del tipo di famiglia e delle relative dinamiche psicologiche: ci sono le famiglie  tradizionali, standard, e altre due categorie familiari: le smallfamilies (le famiglie monogenitoriali) e le famiglie a geometria variabile, termine che sostituisce con più precisione il concetto di famiglia allargata, ossia scomposta e ricomposta per svariate ragioni.

 

Era necessario socialmente entrare nel merito non solo nelle definizioni, ma anche in termini progettuali:

 

Smallfamilies è un progetto sociale e culturale no profit nato nel 2012 con due principali obiettivi:

  1. Favorire e sostenere la qualità della vita quotidiana e il benessere delle famiglie monogenitoriali e a geometria variabile in un contesto sociale, culturale, economico e relazionale in continua trasformazione;
  2. Promuovere una nuova cultura della famiglia  

Per perseguire questa mission, il gruppo che porta avanti il progetto si è dotato di due principali strumenti:

  1. Portale: osservatorio sulle famiglie a geometria variabile e bussola per genitori single, il cui obiettivo è orientare, informare, offrire strumenti per scegliere e affrontare insieme le numerose variabili tra le quali si muove una smallfamily, perché la taglia piccola (small) è solo rispetto ai genitori: uno, cioè quello che convive in modo prevalente con i propri figli.
  2. Collana editoriale smALLbooks, nata grazie alla collaborazione con l'editore Cinquesensi, per promuovere una nuova cultura della famiglia attraverso testimonianze e racconti di persone celebri e non, dai sei agli 80 anni, che affrontano temi nodali per le famiglie in trasformazione. Racconti che si rivelano terapeutici per chi scrive e, al contempo, per chi legge e inquadrano la realtà, contribuendo a "storicizzare" un cambiamento in atto.

 

Raethia Corsini responsabile comunicazione e contenuti progetto Smallfamilies